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Un I CARE da destra


Storia Contemporanea


17 maggio 2008

Storia infame di Lotta Continua



Se c'è una cosa che davvero non sopporto è la glorificazione di quel movimento che oggi conta moltissime teste all'interno dei gangli di un potere che voleva rovesciare con le armi per instaurare la dittatura del proletariato che corrisponde alla sigla di Lotta Continua.
Ma più in generale il discorso di può allargare a tutto l'arco degli extraparlamentari di sinistra.
C'è stato un tempo, nonostante certe mammolette istituzionalizzate invochino la pacificazione nazionale, in cui questa organizzazione, oggi sapientemente trasformatasi in lobby, ha disinformato, diffamato, organizzato attentati e ucciso servitori dello Stato.
Non è solo l'infame campagna stampa contro il commissario Calabresi e il suo efferato omicidio che prendo ad esempio, ma anche tutte le falsità consapevolmente dette nei confronti di tutti i ragazzi del Fronte della Giovantù uccisi, per screditarli, per uguagliarli alla feccia. Sono cose che non si dimenticano, sono cose che non si dovrebbe dimenticare. Perchè si tratta di ferite profonde che non si cicatrizzano con un autocritica. Ben altro è scusarsi per quel clima incandescente. Quando per giustificare la liceità dell'omicidio di un ragazzo vengono dette le cose peggiori: 'spacciava droga', era 'un picchiatore fascista', 'rubava motorini e li rivendeva alla malavita'. Parole di fuoco cadute sui morti, calunnie allo stato puro per offendere la memoria di ragazzi perbene. Quando dopo un attentato che aveva provocato morti innocenti, specie per il rogo di Primavalle, si spargeva la voce di un 'regolamento di conti interno' adducendolo come causa di tutto quell'odio sfociato in violenza. E' un copione andato in scena troppe volte in quegli anni.
E le chiavi inglesi in testa ai 'topi di fogna neri' per sfondar loro il cervello, da parte di chi, oggi, dirige un sedicente 'Osservatorio democratico'. Compagno Saverio Ferrari, quanto erano 'democratiche' le sprangate in testa a Sergio Ramelli ? 
Anni in cui si diffamavano le Forze dell'Ordine con il tacito assenso del Partito Comunista che riconosceva in quei ragazzi, parole che Rossana Rossanda ha pronunciato in uno tra i suoi rarissimi momenti di onestà politica, i nipotini dei partigiani, nello stesso squallido 'album di famiglia'.
E poi quei lunghi, interminabili sedici anni prima della verità sul delitto Calabresi. Non che non si sapesse chi era il mandante morale. C'è voluto un pentito. E' la storia identica di tanti altri. Tanto silenzio, depistaggi e omertà. E sangue
Oggi sono tutti uomini affermati, chi negli ingranaggi dell'informazione, chi in quelli della politica, chi in altri campi, tutti rigorosamente in alto.
Oggi, 36 anni dopo l'uccisione di Luigi Calabresi, lo invochiamo più di prima: chiedano scusa per tutto quello che di male hanno fatto. Dopo si potrà parlare di perdono.
Un saluto
Francesco




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8 maggio 2008

Israele, che siamo anche noi



Debbo confessare che mi da molto fastidio difendere Israele ogni qualvolta se ne parli. Niente di personale, per carità, anzi. Solo che mi sono davvero stancato di difendere il diritto all'esistenza di uno stato legittimo. Non dovremmo più pensarci se è giusto o meno prendere le difese di Israele, tanto la cosa è scontata. Stare dalla parte di questo Stato è la cosa più ovvia del mondo e non possiamo rimetterla in discussione solo perchè un'accozzaglia di farabutti dei centri sociali ne brucia le bandiere insieme a quelle americane per boicottare le politiche del governo di quel Paese nei confronti della questione palestinese.
Invece ci sono ancora persone che hanno la faccia tosta di venirci a raccontare balle colossali sulla situazione inumana nei territori palestinesi, sulle condizioni umanitarie diststrose degli abitanti della Striscia di Gaza, prescindendo da un punto chiave: chi comanda in quelle zone è un organizzazione terroristica che vuole la distruzione dello Stato ebraico, Hamas. Lo dicono come a volerci muovere a compassione nei confronti di un popolo che ha scelto con consapevolezza la sua via verso l'indipendenza: la via del fondamentalismo.
Ci sono ancora intellettuali e uomini di cultura ( sic! ), soprattutto di sinistra, che, rifiutandosi di dirsi antisemiti, proprio perchè per i progressisti l'antisemitismo s'indentifica con la natura ideologica razzista del nazismo e del fascismo, si scagliano con inaudita violenza contro i sionisti, senza rendersi conto che il l'antisionismo di cui si fanno portavoce è una forma più subdola e viscida dell'antisemitismo che non vogliono, la negazione del diritto alla vita di uno stato che corrisponde a un popolo, al diritto alla sciurezza dei cittadini, del diritto a vivere senza l'incubo dei kamikaze sugli autobus o nelle discoteche.
E che dire dei tanti giovani che indossano, anche nelle scuole, la kefiah palestinese ? Se sapessero di quanto sangue di giovani israeliani morti ammazzati è intinto quello straccio a quadretti, beh, sicuramente passerebbe loro la voglia di fare i fighetti filo-arabi internazionalisti.
Non si riesce a capire che difendere Israele vuol dire difendere l'Occidente e ognuno di noi dalla barbarie dell'integralismo religioso più radicale che minaccia il nostro sistema di valori.
Non si capisce che cacciare gli ebrei dai loro insedimenti attuali, come è negli obiettivi degli islamici, vuol dire creare una grande ingiustizia.
Oggi appunto quel Paese compie 60 anni di vita, molti dei quali vissuti pericolosamente, snobbato e attaccato da gran parte dell'intellighenza mondiale, oltre che dagli uomini bomba della Jihad islamica. I nostri più sinceri auguri all'unica vera oasi di democrazia e libertà del Medio Oriente. Auguri Israele !
Un saluto e un abbraccio
Francesco




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11 gennaio 2008

Punto di non ritorno



Il 7 gennaio: per molti, moltissimi, è il giorno di rientro dalle vacanze natalizie, giusto ventiquattr’ore dopo la festa dell’Epifania. Per altri, tra cui figura anche il sottoscritto, è un giorno di grande dolore. E’ un giorno in cui ogni ferita si riapre e i rancori non paiono ancora del tutto sepolti dalle nebbie della Storia. Nessuno può dimenticarsi questa data. Nessuno deve. Perché è importante ricordare che c’erano giorni e anni bui, scurissimi, in cui l’avversario era nemico e non era del tutto legittimato ad esprimere il suo parere. C’erano giorni e anni, anni terribili, in cui gli autonomi e le varie comuni di sinistra gridavano urla di odio e disprezzo verso chi consideravano, a torto, diverso da loro, indegno di far parte di un Paese civile. “Tutti i fascisti come Ramelli, con una riga rossa tra i capelli” oppure il più famoso “Hazet 36, fascista dove sei ?”. Si inneggiava a chi aveva sfondato il cranio a colpi di chiave inglese a un ragazzo che aveva appena compiuto diciotto anni. Un ragazzo come me, come tanti. Con la passione per la politica, l’interesse per il bene comune, la voglia di fare gruppo, di essere comunità, di farsi sentire contro i potentati e la gerontocrazia e la partitocrazia, contro un’intera classe politica che, aveva deciso di punto in bianco di classificarli come figli di un dio minore, e per questo, dopo le loro uccisioni, meno degni di un processo o di indagini che appurassero le circostanze che ne avevano determinato la morte. Zitti tutti, è morto un fascista.
Essere controcorrente e quindi iscriversi al Movimento Sociale. E’ stata una scelta di tanti. E’ stata anche la scelta di quei tanti che persero la vita in una sezione data alle fiamme, colpiti dalle pallottole dei comunisti, per i quali erano, ancor prima della Democrazia Cristiana, un corpo da annichilire. E, come altri, dalle pallottole della Polizia di uno Stato che considerava ingombrante la presenza di un partito che si rifaceva a valori della destra, una destra che, e la verità nei fatti è questa, ancora non aveva superato il post 25 aprile ed era ancorata a rituali non del tutto ortodossi, se così possiamo dire.
Dal 7 gennaio 1978, preludio di un anno davvero di sangue e morte, è passato tanto tempo. Ma io i ragazzi di Acca Larentia l’ho stampati nel cuore. I loro volti puliti e il desiderio di spazzare via tanta retorica. Non erano i classici “fasci”. Avevano qualcosa di diverso. Niente pennacchi, abolite la camicie nere e bando ai saluti romani. Erano il nucleo della destra nuova, di popolo, giovane, fresca, alternativa e senza complessi e senza paura di andare a cercare il voto proprio nei quartieri più “proletari”, togliendo di fatto alla sinistra il monopolio della difesa dei più deboli. Non erano picchiatori e tanto meno gente violenta. Non stavano compiendo un raid punitivo. Stavano andando a distribuire volantini. Ecco tutto.
Sono stati anni infami. Quella delle spranghe non era una questione politica. Era la continuazione della guerra civile una generazione dopo quella vera che portò alla liberazione. Colpevoli furono quei padri che inculcarono l’odio politico ai figli, perché di gente così ce ne fu. I cattivi maestri hanno un nome. Si chiamano Toni Negri, Oreste Scalzone, Adriano Sofri, Renato Curcio, Mario Capanna. Sono orami vecchi rottami di un ideologia passata, scaduta, persa. Sono tutti vivi e non hanno pagato il loro debito morale nei confronti dell’Italia. Le vittime delle loro parole di fuoco, è inutile anche precisarlo, invece, sono sotto terra e senza giustizia.
Sentiamo a destra un silenzio sempre più forte quando si parla di questi ragazzi. Nessuna celebrazione da parte di Alleanza Nazionale. Qualche stupido traffichino pensa che non ricordare quel sacrificio, quella strage, sia un modo per prendere le distanze dalla destra dura e pura, quella destra da cui ci si vuol distaccare. Una destra che si vergogna di quando non era di governo. Ci si vergogna del passato. Si nega e si fa gara a chi minimizza di più. Ma nessuno ha capito quanto sia terribilmente importante non dimenticare Francesco Ciavatta, Franco Bigonzetti e Stefano Recchioni e il modo in cui caddero, mentre si affacciavano alla vita.
Una cosa chiediamo a questa nuova destra che da anni cerca di costruirsi intorno un recinto culturale e politico esente da contaminazioni di vario genere: non relegate questi giovani a un nuovo oblio. Metteteli nel vostro pantheon. Sono scomodi ? Chissenefrega ! Erano fascisti ? Non importa a nessuno. Rimangono il simbolo della gioventù e dell’impegno più bello che possa esistere. Non serve altro.
Un saluto e un abbraccio a tutti
Francesco




permalink | inviato da ilcielosoprakabul il 11/1/2008 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


7 dicembre 2007

Razza dannata


 
Non è la mia convintissima fama di repubblicano a spengermi su questo argomento e, dopo una pausa, lasciatemelo dire, più che meritata di riflessione, a farmi ritornare a battere le dita sulla tastiera del computer. Ma la richiesta della famiglia Savoia di un risarcimento per i danni morali subiti in quasi sei decenni di esilio, dopo che il popolo italiano legittimamente decise di detronizzarli a pedate nel ragale didietro, mi pare il culmine di una faccenda di cui l'unica cosa davvero insindacabile può essere rappresentata dalla inossidabile spocchia e dall' immensa presunzione che questi individui hanno dimostrato sin dal primo momento in cui hanno appoggiato i piegi sul suolo italiano.
Ricordo ai lettori che destra e sinistra, impietosite da cotanta sofferenza, e che sofferenza, dei reali più che smaniosi di rivivere l'Italia, votarono unanimi per l'abolizione di quel comma della Costituzione che dispone l'espatrio forzato di tutti i membri della famiglia che dall'Unità aveva visto il paese crescere e poi man mano, dai littori in poi, distruggersi e accartocciarsi su se stesso.
Da quel momento, come squali, Vittorio Emanuele iniziarono a pretendere sempre di più: i gioielli della Corona, una parte delle residenze confiscate, e, ultimo ma non ultimo, il risarcimento. Oltretutto i nobilissimi motivi per i quali i Savoia volevano ritornare sul suolo natìo li abbiamo capiti troppo tardi. Solo allorquando, estate anno domini 2006, Vittorio Emanuele viene arrestato come un ladro di polli per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, e di sfruttamento della prostituzione. Tanto di cappello.
Ma andando a ritroso nel tempo vediamo come il re abbia notevole dimestichezza con gli affari del popolino. Già negli anni settanta Vittorio Emanuele venne indagato sia dal giudice istruttore Carlo Mastelloni della pretura di Venezia per traffico internazionale di armi verso alcuni paesi mediorientali posti sotto embargo, sia dal giudice istruttore Carlo Palermo della pretura di Trento.
E d'altra parte come dimenticare le sue parole dal carcere di Potenza, dove, intercettato dai microfoni, disse che aveva fregato i giudici. Già perchè oltre che puttaniere e truffatore Vittorione è anche un assassino coi fiocchi. Nell'agosto del 1978 ci fu una sparatoria a seguito del furto del suo gommoneda parte di conviviali del miliardario Nicky Pende, sparò alcuni colpi di fucile e uccise il giovane studente tedesco Dirk Hamer, che morì dopo mesi di straziante agonia. Non si è mai pentito. Anzi, si rallegra di averla fatta franca. Complimenti !
Se invece diamo un occhiata alle dichiarazioni del Savoiardo troviamo una fiumana di esternazioni, che definire gaffe è alquanto imbarazzante. Cominciamo:
Nel 1994, quando, nel corso di un'intervista televisiva, gli fu chiesto se fosse disposto a giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana per tornare in Italia, si rifiutò di rispondere alla domanda in quanto la riteneva "una cazzata".
Nel 1997, quando nel corso di un'altra intervista televisiva, rifiutò di scusarsi per la firma di un Savoia alle leggi razziali, precisò: "No, perché non ero neanche nato. E poi, non sono così terribili".
Ecco dunque due fulgidi e mirabili esempi di come sia forte e radicato nella casata il senso di appartenenza ai valori che muovono l'Italia e di quanta partecipazione morale ci sia nei confronti di una tragedia immensa e dolorosa. Se ci pensiamo, poi, l'esilio e i fantomatici "danni morali" da esso provocati sono quisquilie in confronto ai danni che la Shoah italiana, di cui Vittorio Emanuele, in combutta con Mussolini e gli altri gerarchi fascisti, si è reso partecipe, ha recato al nostro Paese.
Signori, questa è Storia. Non mi venite a raccontare la favoletta secondo la quale i Savoia hanno unificato l'Italia, perchè oltre a Vittorio Emanuele II mi pare ci fossero anche un certo Giuseppe Garibaldi, un certo Giuseppe Mazzini e, se non sbaglio, anche un Conte di Cavour di cui non ricordo il nome. E anche se l'avessero unificata, sappiate che si sono giocati quel minimo di credibilità che avevano quando contribuirono all'avvento del Fascismo, all'instaurazione della dittatura, alla promulgazione delle leggi razziali, all'entrata in guerra e alla fuga da Roma a Brindisi dopo l'8 settembre, dopo aver lasciato la penisola in mano a Hitler e alle SS. Smettiamola dunque di far recitare a questi signori una parte vergognosa e niente affatto veritiera: quella delle vittime. E non dimentichiamoci mai che le vere vittime sono altre.
Un saluto e un abbraccio a tutti e in particolar modo a coloro che mi hanno scritto in questo periodo di assenza. Un grazie a loro particolare per essermi stati vicini.
Francesco




permalink | inviato da Francesco Corbisiero il 7/12/2007 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


3 settembre 2007

La figura del Generale Dalla Chiesa contro la cultura del terrorismo



di Manuel Fondato
Quando fu ucciso, il 3 settembre di 25 anni fa, Carlo Alberto Dalla Chiesa era Prefetto di Palermo da poco più di cento giorni, trascorsi, nella maggior parte, a chiedere poteri speciali con i quali contrastare una mafia che aveva insanguinato quel 1982. Poteri che arrivarono al suo successore De Francesco tre giorni dopo l’agguato di Via Carini, quando un decreto del Governo Spadolini istituì la figura dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia.
Il Generale conosceva bene la Sicilia fin dal 1949, quando fu destinato in una Sicilia afflitta dagli aneliti separatisti dell’Evis (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) e dove Cosa Nostra stava uscendo dal sottobosco del latifondismo e dei gabellotti per dedicarsi alle speculazioni edilizie. Indagò sull’omicidio di Placido Rizzotto, incriminando Luciano Liggio, e sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ma erano anni in cui l’esistenza della mafia non era nemmeno considerata certa e dimostrabile; anni di cui Leonardo Sciascia sbozzò un eccellente spaccato ne” Il Giorno della civetta”, il cui protagonista, il capitano dei carabinieri Bellodi, è molto simile a Dalla Chiesa.
Lasciata la Sicilia iniziò a dedicarsi all’incipiente terrorismo di stampo brigatista, in quella che fu la sua battaglia più incisiva e determinante per la tenuta dello Stato e delle libere istituzioni. La struttura antiterrorismo, da lui creata nel 1973, rivoluzionò l’approccio al fenomeno eversivo e fu decisiva nel disarticolare il primo nucleo brigatista, che ruotava attorno ai fondatori Curcio e Franceschini, arrestati a Pinerolo nel 1974, grazie anche all’infiltrazione di Silvano Girotto detto “frate mitra”. I carabinieri dell’antiterrorismo erano segugi allo stato puro, armati di teleobiettivi e di una certosina pazienza nell’appostarsi e attendere ore. Devotissimi al loro comandante e alla causa, crearono un prototipo di investigatore “invisibile” per la sua capacità di infiltrarsi e mimetizzarsi.
Il brigatista Patrizio Peci ha dichiarato recentemente: “Sapevamo chi erano e come lavoravano gli uomini della Digos ma non sapevamo nulla dei carabinieri dell’antiterrorismo. Dalla Chiesa era il nostro nemico peggiore perché era invisibile”. Uno di questi “invisibili”, che operava con il nome di Ciondolo, abile come pochi a muoversi nella notte, era riuscito a sapere, con largo anticipo, dei preparativi per l’omicidio del giornalista Walter Tobagi. Nessuno prese in considerazione le informazioni di Ciondolo, palesando un malessere che oramai gravitava attorno a Dalla Chiesa e ai suoi uomini. I metodi, l’autonomia e i poteri speciali di cui il nucleo antiterrorismo godeva cominciavano a disturbare al punto che si arrivò allo scioglimento del gruppo. Gli insegnamenti e lo spirito degli “invisibili” furono ripresi anni dopo da alcuni carabinieri del R.O.S che, adoperando gli stessi metodi abbinati alla moderna tecnologia, riuscirono nell’impresa di arrestare Totò Riina nel 1993.
A 25 anni dalla morte il Generale è ancora vivo nell’Arma; le sue intuizioni, i suoi metodi innovativi sono patrimonio di ogni attività investigativa ma, soprattutto, è ancora vivo il ricordo della straordinaria capacità di gestire i suoi uomini, ottenendo da loro il massimo nelle condizioni più impervie. Aveva sconfitto il terrorismo rosso e, se avesse vinto anche la mafia, nessun obiettivo gli sarebbe più stato precluso a coronamento di una vita trascorsa con indosso la divisa da carabiniere, con una fama di duro e qualche ombra che non scalfisce il profilo morale, che resta altissimo. Dalla Chiesa rimane un ufficiale che ha diviso, ha suscitato passioni e polemiche, applausi ed odio, ma è indiscutibile il contributo alla legalità e alla democrazia di un uomo che non si è tirato indietro nel momento che presagiva sarebbe giunto: quando una raffica di kalasnikov lo uccide la sera del 3 settembre 1982, a Palermo, assieme alla giovanissima moglie Emanuela Setti Carraro e al poliziotto Domenico Russo.




permalink | inviato da Francesco Corbisiero il 3/9/2007 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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