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Un I CARE da destra


Economia


29 settembre 2008

Il crack in tutti noi



La crisi finanziaria è arrivata, bruciando miliardi e miliardi di dollari. Ne siamo tutti protagonisti, perchè se una crisi finanziaria globale con effetti disastrosi sui consumi, sul mercato e sulle famiglie, allora questa crisi l'abbiamo creata noi o chi ci ha imposto un sistema economico caotico e senza regole, senscarsamente critico nei confronti di se stesso e degli uomini che ne decidono le sorti, con un unico obiettivo: il profitto, fine più che mezzo per il benessere e la felicità. Non è solamente la fine del liberismo sfrenato e senza pudore, come tanti già hanno detto: è la fine del capitalismo come panacea di tutti i mali, dell'economia come orizzonte unico per risolvere i problemi delle persone, la fine della sua spersonalizzazione e della sua impermeabilità alla vita di tutti i giorni. Dietro un mutuo c'è innanzitutto una casa, il bene più grande per ogni famiglia. Dietro un fondo bancario c'è una pensione e i risparmi di una vita di lavoro. Dietro un investimento c'è la speranza di una mobilità sociale che non si raggiunge se non per mezzo dei soldi, del vile denaro. Se non si vuole tornare a tracolli finanziari come quelli che hanno dissanguato Wall Street e tutte le borse mondiali occorre dare una dimensione umana al guadagno, al risparmio e al lavoro e affermare per sempre l'idea che non siamo cifre, non numeri da manovrare a piacimento. Siamo uomini.

Francesco




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6 giugno 2008

Degli statali e del merito



Ricorderete bene che qualche mese fa qui ci si era abbondantmente incazzati perchè, sulle liste elettorali, il Pd era riuscito ad avere tra le sue fila il professor Pietro Ichino, in testa a tutti per la sua appassionata lotta all'assenteismo nella pubblica amministrazione e a tutti coloro che, a tal ragione venivano definiti nel suo libro, nullafacenti, fregando alla grande il Pdl.
Dopo qualche tempo possiamo dire che con le sue ultime proposte il Ministro Brunetta ci sta facendo sentire il rimorso di ciò che avevamo detto.
Prima il taglio netto, deciso: "Licenzieremo i fannulloni". Poi la pubblicazione dei redditi e delle assenze dei dipendenti del ministero dell'Innovazione sul web, senza per questo contravvenire alle norme sulla privacy perchè in accordo con i diretti interessati. E per finire un altro annuncio: "Sgravi fiscali degli straordinari agli statali efficienti".
Ecco, secondo me questo è un passo molto importante. In primis per una battaglia sul merito che deve essere necessariamente afforntata in un Paese, il nostro, in cui, per colpa dei sindacati iper-garantisti e dell'ideologia ugualitarista post-sessantottina, sin dagli anni Settanta c'è stato un livellamento del punto di arrivo di un lavoratore, cioè la negazione stessa della meritocrazia.
In secundis perchè, dopo queste 'sparate' scopriamo che esiste un Ministero della funzione pubblica, dopo due anni in cui l'ex titolare di questo portafoglio, tale Luigi Nicolais, non si era nemmeno fatto sentire. Meglio di così...
Vada avanti ministro Brunetta !

Francesco




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8 aprile 2008

E i privilegi delle Coop rosse ?



Come si conviene a un candidato alla Presidenza del Consiglio, ammesso e non concesso che così in alto ci arrivi per davvero, Walter Veltroni ha parlato in questa campagna elettorale ormai alle ultime battute di tutto o quasi tutto. E' quasi paradossale pensare che un politico così vago e vuoto trovi le piazze piene in ogni benedetto luogo in cui si reca. Ma tant'è.
Il buon Walter ha snocciolato almeno una decina di provvedimenti da approvare nel primo consiglio dei ministri come priorità. Al Sud ha parlato di criminalità organizzata, sicurezza sui luoghi di lavoro e carovita. Al Nord ha spostato la discussione sulle imprese, sugli sprechi della pubblica amministrazione, sui costi della politica e, udite udite, sui privilegi, sulle caste.
Non ho sentito però, da quando il Sindaco di Roma è sceso in campo contro il Pdl e Berlusconi, una sola parola detta su uno tra i tanti squallidi privilegi esistenti in Italia: quello delle Coop rosse, moderne filiali del capitalismo color rosso con esenzioni fiscali da far impallidire il Liechtenstein. Naturalmente in virtù del loro status e della loro storia lo Stato, che dovrebbe garantire uguaglianza di trattamento di fronte alla legge, scavalca la normale amministrazione e tollera di buon grado un'esenzione fiscale assai cospicua.
Le altre imprese, nel frattempo, si mangiano le mani.
E' grave che Veltroni, tra tante sacche di feudalità nell'Italia che sperpera, si sia dimenticato tutti i favori alle cooperative. Ma non è solo questo il punto.
Il programa di Veltroni lo ha scritto Enrico Morando, un ex migliorista del Pci che, di punto in bianco, si è rifatto una verginità politica, sempre a sinistra, con la fama di "liberale" e universalmente riconosciuto come tale.
Ci chiediamo in tutta franchezza che razza di liberale sia uno che sopporta queste ingiusitizie a danno del contribuente e della concorrenza sul mercato, solo perchè chi è avvantaggiato da questo circolo vizioso fa tanto piacere alla sua parte politica, tanto da non citarle neppure nel programma del Partito Democratico. Parte politica che, tra l'altro, con le Coop ci tresca da anni.
E' questa la svolta ? E' questo il cambiamento ? Nutriamo dubbi.
Un saluto e un abbraccio
Francesco 




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30 dicembre 2007

Capitalismo da operetta



Ho sentito proprio oggi la notizia: Umberto Bossi, leader della Lega Nord, dopo aver detto che quella per la difesa dell'aeroporto di Malpensa è la madre di tutte le battaglie, ha affermato che il suo partito scenderà in piazza il 12 o il 19 gennaio proprio per manifestare il dissenso per quanto riguarda la decisione del governo di affidare al Ministro Padoa Schioppa il mandato per avviare la trattativa in esclusiva con Air France-KLM.
E' davvero deprimente vedere che, oltre a Bossi, un intero ceto produttivo, quello del Settentrione, si stia dando da fare per non cedere la compagnia di bandiera nelle mani dei francesi. La scusa è la solita: vendere Alitalia vuol dire fare mercimonio di Malpensa, uno tra gli scali più importanti d'Europa. Il che vorrebbe dire perdita della competitività a livello nazionale per quanto riguarda il settore. E' l'eterna storia del bambino che preferisce tenere il giocattolo rotto piuttosto che averne uno nuovo e condividerlo con un compagno. Patetico.
Io sono di tutt' altro parere. Bisogna badare alla convenienza dell'affare, cosa di cui non si è tenuto granchè conto negli ultimi anni. Si è pensato a salvaguardare l'italianità a costo di fior di milioni pagati dai contribuenti. E' arrivato il momento di mettere fine a questo spettacolo indegno e mediocre.
Sono anni che dico che la nostra compagnia di bandiera non ha più ragion d'essere e quindi non trovo nulla di sbagliato nel farla colare a picco come un Titanic. Poi, ovviamente, come in ogni brutto incubo ci sono sempre i cattivi di turno. In questo caso si chiamano governo ( di qualsiasi colore sia ) e sindacati, sempre sul piede di guerra. Che la sinistra vada al potere o meno essi rimangono sempre partito di lotta. E c'è di che preoccuparsi, dato che esprimono solo il parere  di pensionati e lavoratori dipendenti.
E' grave che nemmeno sotto il governo Berlusconi si sia capito quanto grande fosse la crisi. E se anche si fosse capito, però, come sempre, per l'interesse stupido dell'italianità dell'impresa, concetto ripetuto e sostenuto, sia nelle parole che nei fatti, dall'ex Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, spesso in malafede, si sono adottate politiche sbagliate, dannose, negligenti. Politiche che, guarda caso, stanno continuando anche sotto questo esecutivo.
Non si capisce perchè si voglia tutelare come un feudo del patriottismo economico queste società, un vuoto a perdere per il capitalismo del Belpaese. Leviamoci dalle scatole questi impicci, piuttosto ! Pensiamo a cose più serie. Sono 10 anni che si parla  dell'Alitalia o delle Ferrovie dello Stato o della Rai. Mi prendesse un colpo se si è riusciti a risolvere qualcosa !
A risentirne maggiormente sono le casse dello Stato che, a forza di risollevare l'Alitalia dalla crisi finanziaria in cui versa, bruciano milioni di euro all'anno. Milioni di euro pagati dai cittadini, anche da quelli che ormai si sono rassegnati e scelgono offerte più vantaggiose e più economiche.
A risentirne sono i piccoli risparmiatori, che da questi fatti stanno solo perdendo ciò che speravano di reinvestire.
A risentirne sono i guadagni in borsa, perchè nessuno, a ragione, vuole più vuole investire su un titolo perdente, in costante ribasso.
A risentirne, in generale, è il sistema Italia stesso. Tanto vale la pena di toglierci questa palla di ferro dalla caviglia.
Parlando di questa situazione, poi, si omette, non sappiamo quanto consapevolmente, un particolare scomodo tanto quanto emblematico, per nulla marginale: gli stipendi milionari, pagati da noi ( da chi sennò ? ) incassati dai manager incaricati di salvare l'Alitalia. Anche in questo caso buttati fuori dalla finestra fior di miliardi per gente che non ha risolto nulla. Anzi, ha aggravato il già enorme disavanzo. Possibile che mai nessuno abbia chiesto conto del loro operato ? Li hanno invece lautamente silurati con una liquidazione ancora più sostanziosa.
E qui la domanda. Che razza di capitalismo è questo ? Il rischio d'impresa non può riguardare solo i dipendenti. E chi pensa il contrario avalla un capitalismo malato. E' ora di estendere il concetto anche a chi pensa di poter fare e comandare e alla fine ci fa trovare solo un gran buco nell'acqua.
Mi si incolperà di fare un discorso di stampo liberista. Sì, lo è. Perchè vendere prima Alitalia si poteva. Ma l'azienda, che pure aveva avuto l'ok dal CdA, si è ritirata qualche mese fa dalla competizione. Il motivo ? I vincoli posti  perchè i vincoli posti dal governo e da Padoa Schioppa all'operazione erano troppo restrittivi e opprimenti per i loro gusti. In effetti occorre precisare che questi signori stranieri sono abituati a politche molto diverse da quelle italiane. Lo statalismo ottuso di chi siede dietro la scrivania che fu di Quintino Sella ha ostacolato un passo importante verso il risanamento. Spiace che si sia dovuti arrivare a vedere l'Alitalia in queste condizioni. Questa volta però, rallegriamoci, il buon senso ha prevalso sull'ideologia della non-libertà in campo economico. Speriamo bene.
Un saluto e un abbraccio a tutti
Francesco




permalink | inviato da Francesco Corbisiero il 30/12/2007 alle 16:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


7 ottobre 2007

Papa Wojtyla credeva nella superiorità dell'economia di mercato



di Flavio Felice
Ho letto con particolare interesse l’articolo di Dino Cofrancesco, le cui riflessioni sono sempre motivo di crescita culturale. Condivido buona parte delle sue argomentazioni e soprattutto la distinzione che egli opera tra economia di mercato, in quanto sistema di produzione e di distribuzione di beni e di servizi scarsi, ed il comportamento degli operatori economici, esseri tutt’altro che perfetti. Kant parlava di “insocievole socievolezza”, di qui il giusto riferimento di Cofrancesco al pessimismo sociale di chiara matrice liberale. Nel pensiero cattolico non possiamo parlare di “pessimismo sociale”, ma di “imperfettismo sociale” si. Tralasciando i riferimenti fondamentali ad autori classici come Agostino, ma più recentemente a Rosmini e a Sturzo, faccio notare che è stato proprio Giovanni Paolo II ad esprimere tale concetto con chiarezza nella sua enciclica sociale del 1991: la Centesimus annus. Nel paragrafo 25 afferma: “L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male”; è probabile che il pessimista sociale, non necessariamente liberale, affermi il contrario: “l’uomo tende verso il male, ma casualmente è pure capace di bene” e tra le due affermazioni riconosco che ci sia un abisso. Continua Wojtyla nello stesso paragrafo: “… può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato. L'ordine sociale sarà tanto più solido, quanto più terrà conto di questo fatto e non opporrà l'interesse personale a quello della società nel suo insieme, ma cercherà piuttosto i modi della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l'interesse individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti dell'iniziativa e della creatività (corsivo mio)”.
Invito il prof. Cofrancesco a non sottovalutare quest’ultima affermazione al fine – certo – di distinguere la posizione liberale da quella cattolica, senza tuttavia negligere la portata epistemologica di una simile posizione esposta su un documento ufficiale della Chiesa cattolica e le sue possibili ricadute in ambito politico ed economico. Giovanni Paolo II conclude affermando:  “Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male [corsivo mio], ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una ‘religione secolare’, che si illude di costruire il paradiso in questo mondo. Ma qualsiasi società politica, che possiede la sua propria autonomia e le sue proprie leggi, non potrà mai esser confusa col Regno di Dio”. Niente male, altro che oscurantismo! Qui troviamo enunciate in modo sintetico le ragioni più significative di un ordine politico al centro del quale è posta la dignità della persona umana, per la cui difesa sono chiamate in causa le istituzioni politiche tipiche della tradizione liberale.
Che cosa, dunque, non condivido dell’articolo del prof. Cofrancesco? Non condivido la seguente infondata affermazione: “L’economia di mercato, contrariamente a quel che pensava Karol Wojtyla, è l’unico modo efficace di creare ricchezza, finora inventato dagli uomini”. Giovanni Paolo II non aveva troppi dubbi riguardo alla superiorità dell’economia di mercato rispetto ad altri possibili sistemi economici. A tal proposito, sempre nella Centesimus annus, Giovanni Paolo II ci ha offerto la sua limpida opinione sul capitalismo. Nel paragrafo 42 si pone la seguente domanda: "si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? É forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?” Mentre la domanda è perentoria e non ammette scorciatoie, la risposta è complessa ed estremamente raffinata. Il Papa distingue tra due forme di capitalismo ed afferma: “Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di ‘economia d'impresa’, o di ‘economia di mercato’, o semplicemente di ‘economia libera’ (corsivi miei). Ma se con ‘capitalismo’ si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”. Appare evidente che il pontefice propone ai paesi in via di sviluppo un capitalismo popolare – diremmo di matrice sturziana – ossia un processo di sviluppo economico intensivo, diffuso e stabile, l'unico che sia all'altezza della trascendente dignità della persona umana. La perentorietà della domanda e la raffinatezza della risposta del papa cozzano inspiegabilmente con l’affermazione di Cofrancesco in merito ad una ipotetica contrarietà di Giovanni Paolo II nei confronti dell’economia di mercato, tutt’altro che documentata. Anzi, è vero il contrario: siamo in presenza di una formale, condizionata e motivata presa di posizione a favore dell’economia di mercato.
Il metodo proposto dalla dottrina sociale di Giovanni Paolo II non è la presunta conoscenza delle leggi che muovono necessariamente il carro della storia, bensì l’umile ed attenta considerazione dell’intersoggettività che consente di guardare l’individuo non nella sua separatezza e/o omogeneizzazione, bensì come artefice di una realtà plurale e imperfetta, incompatibile con i sostenitori della “presunzione fatale” di portare il paradiso in terra. L’antropologia cristiana ci aiuta a comprendere la relazione fra gli individui ed il loro essere l’uno per l’altro, il loro costituirsi ed acquistare coscienza di sé nella relazione con l’altro, che è la chiave attraverso la quale possiamo schiudere lo scrigno prezioso e segreto che è in noi. Di qui anche la ragione in forza della quale Giovanni Paolo II raccomanda – a determinate condizioni – l’economia di mercato, in quanto processo di conoscenza reciproca e strumento di inclusione e di partecipazione all’economia globale. Il mercato, in questo senso, non rappresenta la giungla o il luogo nel quale si consumerebbe un gioco a somma zero, bensì il sistema delle relazioni interpersonali grazie alle quali si soddisfano le proprie aspettative cercando di venire incontro alle aspettative altrui.
Concludo, uscendo dalla lezione magisteriale, ricordando come tutto ciò oggi sia stato metabolizzato almeno da una parte della riflessione cattolica. L’economia di mercato e la democrazia ci ha insegnato Luigi Sturzo, facendo propria la lezione di Rosmini e dei grandi padri del liberalismo politico, non sono il paradiso in terra, poiché esse presentano tutti i limiti oggettivi che caratterizzano la conformazione fisica e la costituzione morale degli esseri umani; sono quello che sono: tentavi imperfetti. Resta il fatto che allo stato attuale sembrano le più adatte a difendere e sviluppare la dignità della persona umana. Esse si fondano su un sistema ternario che garantisce, attraverso il libero mercato, la democrazia e il pluralismo, il rispetto della giustizia e della libertà della persona in tutti gli aspetti della realtà, sottolineando in particolar modo il ruolo fondamentale del “capitale umano”, inteso come “caput”, ossia il luogo nel quale hanno sede le virtù e le abilità umane: l'inventiva, la creatività, la responsabilità, la comunione, la reciprocità, la laboriosità, in una parola: la persona.




permalink | inviato da Francesco Corbisiero il 7/10/2007 alle 12:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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