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ilcielosoprakabul
Un I CARE da destra


Pennsylvania Avenue


11 gennaio 2009

Il tramonto di un presidente



Ricordo che poco prima delle elezioni americane di novembre il Corriere della Sera-Magazine scrisse nel sottotitolo in copertina che quella tornata elettorale era in buona sostanza nient'altro che un referendum su Obama. Ebbi abbastanza tempo per rifletterci e oggi, a pochi giorni dall'inizio dall'insediamento del nuovo presidente, vorrei dire che non sono d'accordo. L'unico referendum, se davvero si è trattato di ciò, a cui gli americani hanno partecipato a novembre è stato sugli otto anni dell'era Bush, perchè le ultime elezioni hanno rappresentato proprio questa decisa volontà di cambiamento rispetto al passato e perchè se davvero fossero state un giudizio sul senatore di Chicago probabilmente oggi avremmo un altro uomo alla Casa Bianca.
Un esame a Bush e alla sua amministrazione, quindi. I suoi sono stati anni difficili: eletto nella speranza di un tiepido isolazionismo dall'Europa dopo otto anni di pasticci di Clinton in politica estera, l'11 settembre ha cambiato radicalmente i suoi piani e lo ha portato ad assumere un atteggiamento meno timido con i vecchi amici e contro i nuovi nemici.
Otto anni di guerra, prima di Afghanistan, dove da un pò di tempo si è riaccesa la miccia che anima il fondamentalismo islamico, poi in Iraq, dove, dopo aver preso sonore batoste nella prima fase, ha radicalmente cambiato atteggiamento anche grazie a un cambio della guardia nello stato maggiore militare.
La guerra al terrore in campo internazionale lo ha premiato solo relativamente. Il Patriot Act ha ristretto le libertà degli americani, ma nessun attentato ha colpito gli Stati Uniti da sette anni a questa parte, sintomo, questo, del successo del provvedimento.
In economia ha sposato la tradizione liberista che da Reagan in poi ha portato fortuna al Partito Repubblicano. L'adesione alle dottrine economiche della scuola di Chicago non gli hanno permesso di prevedere la devastante crisi economica e sebbene la colpa del disastro non sia solo sua ha potuto fare poco, e quel poco che ha fatto lo ha fatto troppo tardi, per evidenti limiti di tempo e di credibilità.
Bush è stato un presidente in un era di profondi sconvolgimenti e di cambiamenti repentini. E' ingeneroso parlarne in maniera completamente negativa e bocciarlo in toto. Ha sbagliato molte cose e ne ha azzeccate altre, risultando alla fine sufficientemente all'altezza. Anche se è difficile pretendere che un modesto petroliere del Texas cambi il mondo in tempi duri come quelli che stiamo vivendo.
La Storia darà il suo parere, sicuramente in modo più sereno di quanto abbiamo fatto noi finora.

Francesco




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6 novembre 2008

Goodbye Old John


 
L'unica nota triste e malinconica di una grande festa di democrazia come le elezioni americane, le ultime delle quali hanno incoronato Barack Obama 43° presidente degli Stati Uniti, è l'uscita di scena di un grande uomo come John McCain. Sarebbe stato bello vedere alla Casa Bianca uno come lui, con la sua passione, la sua competenza, la sua onestà. Un veterano della guerra in Vietnam, un vero patriota americano, un 'Maverick', un cane sciolto della politica. Ci rassicura sapere che esistono persone così. La sconfitta non lo rende un uomo perdente o meno degno, anzi ha saputo dimostrare il suo buonsenso e la sua saggezza proprio affrontando con dignità e onore il peso grave di un voto sfavorevole. Tanti si sono accorti delle sue qualità, troppo tardi a dire il vero, solo durante il discorso in cui ringraziava i suoi sostenitori e faceva gli auguri al presidente eletto.
Le cause della sconfitta del Great Old Party non sono solo imputabili al vecchio senatore dell'Arizona e al suo staff. Ci sono state cause troppo più forti di lui: ad esempio proprio nel momento in cui McCain aveva recuperato i punti di distacco da Obama è arrivata la crisi economica e l'America si è chiusa a riccio in un atteggiamento isolazionista che Obama non ha esistato a cavalcare.
Poi c'è stata ovviamente un timidezza negli attacchi al rivale democratico. Eppure gli spunti per mettere a terra il senatore dell'Illinois c'erano eccome: l'inesperienza dell'avversario, le divisioni e le lotte fratricide all'interno dei democrats, le 'dichiarazioni di voto' degli jihadisti di Al Qaeda che invitavano gli elettori americani a disfarsi di Bush e di infliggere con il voto una sonora sconfitta ai repubblicani, la vittoria definitiva sui terroristi in Iraq grazie alla perseveranza del presidente Bush e alla condotta esemplare del generale Petreus, l'intenzione di Obama di dialogare con gli Stati-canaglia, ecc. Certo, Old John si sarebbe potuto smarcare dagli eccessi neo-liberisti dell'amministrazione Bush senza però sconfessare ciò che di buono è stato realizzato negli ultimi otto anni, invece ha preferito essere corretto anche se non troppo incisivo. Ma questo, lo ripeto, non fa di lui un politico più debole.
Si chiude un ciclo iniziato esattamente 40 anni fa con la vittoria di Nixon e intervallato solo dai mandati di Jimmy Carter e Bill Clinton. Si chiude l'era dei neo-con e si arena l'onda lunga dei conservatori negli Stati Uniti, andati al potere con Reagan su formule di Goldwater. Una fase storica è finita. Per questo il voto di martedì è già storia.
Poco male, non sempre vincono i migliori.

Francesco




permalink | inviato da ilcielosoprakabul il 6/11/2008 alle 22:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


30 giugno 2008

La linea dura contro gli Stati canaglia paga. Ma chi lo spiega a Obama?



La Corea del Nord, storico cardine di quello che per l'amministrazione americana è stato l'Asse del Male, ha deciso di fare piccoli ma importanti passi avanti verso la non-proliferazione degli ordigni nucleari, radendo al suolo venerdì scorso la torre di raffreddamento del centro di ricerca scientifica di Pyongan.
Robert Mugabe, dittatore dello Zimbabwe dal 1980, attraverso violenze di piazza ai danni dei sostenitori del leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai, ha ostratto quest'ultimo a ritirarsi dalla corsa al ballottaggio, vinto appunto dal tiranno di Harare.
In entrambi i casi possiamo notare che la politica estera del candidato democratico alla Casa Bianca scricchiola e se Obama, promotore del dialogo con l'Iran di Ahmadinejad e con i regimi nemici degli Usa, arrivasse a sedere dietro la scrivania dello Studio Ovale sarebbero guai seri per tutti.
La prima notizia ci mette davanti a quella che è molto più di un opinione personale: la linea dura di Bush e di Rumsfeld sta dando i suoi frutti ed è l'ideale per battere gli Stati canaglia e le loro minacce contro il mondo libero. La seconda conferma l'andazzo: ci vuole più decisionismo e meno dialogo con chi schiavizza il proprio popolo e odia l'Occidente. Le maniere forti di solito risultano le migliori. E per mettere in atto questo programma il senatore dell'Illinois è davvero il meno adatto.

Francesco




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5 giugno 2008

La differenza di una scelta


 
Nel giorno del 40° anniversario dell'assassinio di Bob Kennedy la vittoria è tutta sua, di Barack Obama che ha stracciato la sua avversario Hillary Clinton nel voto finale del South Dakota e del Montana conquistando così la nomination democratica per la corsa alla Casa Bianca.
Gente, non so se si è capito, ma quello che abbiamo visto è stato uno tra gli scontri politici più belli a cui io abbia finora assistito. Dai caucus dell'Iowa passando per il Super Tuesday fino alla nomina effettiva di martedì a sfidante di John McCain, i candidati hanno speso loro stessi e le loro forze per vincere. Tra alti e bassi, il confronto è stato assolutamente avvincente proprio perchè nulla è stato ovvio, scontato. Il risultato in bilico fino all'ultimo minuto. Dubito che sarà facile vedere ancora battaglie così sofferte e combattute. Così vere.
E se penso che in certe primarie nostrane i candidati-attori se le sono contata e suonata da soli e l'esito era già scritto in partenza dalle segreterie, mi viene un leggero senso di allergia, non so voi...

Francesco




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25 ottobre 2007

Perché Giuliani non convince i credenti



Da ragazzo aveva seriamente pensato di diventare sacerdote. Ora la religione può rappresentare un grosso ostacolo nella sua marcia di avvicinamento alla Casa Bianca. Rudy Giuliani è saldamente in testa nei sondaggi sul gradimento dell’elettorato repubblicano e nell’ultimo trimestre si è piazzato al primo posto nella raccolta di fondi elettorali. Eppure, il sindaco d’America non riesce proprio a smorzare gli animi dei christian conservative, componente di peso della base repubblicana, che contestano al cattolico Giuliani le posizioni liberal sulle grandi questioni etiche (aborto e omosessualità) e una vita personale poco in linea con i valori del Grand Old Party (due divorzi e tre matrimoni).
L’ultima spina nel fianco del frontrunner repubblicano l’ha conficcata l’arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, il quale, la settimana scorsa, ha affermato che, in ragione delle posizioni filoabortiste di Giuliani, gli negherebbe il sacramento della Comunione. Parole che ricalcano quanto il vescovo americano affermò 4 anni fa nei confronti di John F. Kerry, candidato Democratico alla presidenza, anch’egli cattolico e pro choice in materia di aborto. Giuliani ha cercato di gettare acqua sul fuoco, rispondendo che mons. Burke è libero di avere una sua opinione, come ne hanno tanti altri. In realtà, il presule di St. Louis non ha espresso una sua idea, ma ha ripetuto quanto stabilisce sulla questione il Catechismo della Chiesa Cattolica. Un documento fondamentale (e vincolante) per i fedeli cattolici. Dal canto suo, Mayor Rudy, fin dall’inizio della sua campagna elettorale, ha affermato di non essere un cattolico praticante, ammettendo di non andare a Messa regolarmente.
L’atteggiamento di Giuliani aveva già trovato negli ultimi mesi, le critiche di un membro dell’episcopato statunitense, il vescovo di Providence, Thomas Tobin, che aveva definito la posizione di Giuliani confusa e ipocrita. D’altro canto, si era capito che aria tirava fin dall’11 marzo scorso quando il settimanale National Catholic Register aveva pubblicato un editoriale di fuoco dal titolo No Deal, Rudy, “Nessun affare, Rudy”. “I Repubblicani – avvertiva il NCR – hanno conquistato il voto cattolico per anni grazie alle loro posizioni pro-life. Se ora proporranno un presidente abortista, questo risultato costruito negli anni svanirà dall’oggi al domani”. Anche la burrascosa vita sentimentale dell’ex sindaco di New York è stata presa sotto tiro dalla destra religiosa. Nel 1968, Giuliani si sposa con sua cugina Regina Peruggi. Dopo 14 anni divorzia, ottenendo l’annullamento dal tribunale ecclesiastico. Quindi, si risposa nel 1984 con la giornalista Donna Hanover, anche lei già divorziata. Infine, nel 2003, il matrimonio con l’infermiera Judith Nathan. Il divorzio con la Hanover è stato preceduto da una battaglia durissima che ha coinvolto anche i figli. Giuliani aveva una relazione con la Nathan già prima della rottura con la moglie. Nel 2002 Giuliani annuncia l’intenzione di separarsi dalla Hanover durante una conferenza stampa. Niente di straordinario, se non fosse che anche la moglie lo viene a sapere in quel modo.
La vita stile soap opera di Giuliani fa venire i mal di pancia a molti conservatori tanto che il blogger Stephen Dillard ha addirittura dato vita al sito Internet “Catholic Against Rudy”. Intervistato dall’Associated Press ad agosto, Dillard ha dichiarato: “Il modo in cui ha trattato la moglie ci fa capire che idea ha Giuliani della famiglia e del matrimonio e che valore dà all’insegnamento della Chiesa sull’adulterio e il divorzio”. Sembra comunque lontana l’ipotesi che i christian conservative possano presentare un proprio candidato, qualora Giuliani ottenesse la nomination repubblicana. L’ex governatore dell’Arkansas ed ex pastore battista, Mike Huckabee, si è detto indisponibile ad una candidatura anti Giuliani. “Una mia candidatura terza”, ha affermato in un’intervista al Washington Post, “servirebbe solo ad aiutare Hillary Clinton. Non penso che sia una buona strategia da parte di coloro che vogliono portare avanti una politica in favore della famiglia e della difesa della vita. Se vogliono farlo, la cosa migliore è che mi aiutino a conquistare la nomination repubblicana”. Intanto, nonostante la “questione religiosa” sia un rompicapo difficile da risolvere Rudy Giuliani non perde la calma e soprattutto il suo ben noto senso dell’humour. In una delle ultime interviste, sollecitato per l’ennesima volta sulla sua vita personale, ha risposto lapidario: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.




permalink | inviato da Francesco Corbisiero il 25/10/2007 alle 20:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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